Chiese del territorio

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 Veddo 
(Maccagno con Pino e Veddasca) 
Chiesa di San Carlo 
(già di Santa Marta e Maddalena)

Il piccolo oratorio, nel centro dell'abitato di Veddo, sorse per iniziativa privata, secondo un disegno presentato nel 1632 alla curia di Milano da Giovanni Stefano Clerici, allora parroco di Vogogna in Val d'Ossola, ma originario dei luoghi, e Lazzaro Bolognini, pure di Veddo (nella fig. a lato il progetto presente nell'archivio diocesano di Milano). L'idea era di dotare la frazione a monte di Maccagno di una chiesa sino allora mancante, senza dover ricorrere alla parrocchiale posta a valle e raggiungibile solo per impervio sentiero. Nel 1638 la chiesa fu benedetta e subito dotata di adeguate suppellettili, offerte dal munifico sacerdote Clerici. Negli incartamenti si precisa anche il ruolo di Lazzaro Bolognini che avrebbe seguito (e forse progettato) la costruzione dell’edificio sulla scorta di una secolare tradizione dei luoghi e di famiglia, legata alle diverse professionalità del campo edile. L'oratorio fu posto in origine sotto la protezione delle sante Marta e Maddalena.

Restauro settecentesco e cambio di intitolazione
Col tempo, l'oratorio mutò l'intitolazione a S. Carlo, che ancora conserva. Il fatto avvenne in età imprecisata, ma certamente prima del 1748 quando, durante la visita del card. Giuseppe Pozzobonelli, fu registrato come "oratorio S. Caroli, seu S. Mariae Magdalenae". In quella data vi sopravvivevano diversi lasciti legati al momento della fondazione: la "pia istituzione" del curato Stefano Clerici, che garantiva due messe settimanali e tre straordinarie annuali ("una die festo S. Mariae Magdalenae, altera die festo S. Marthae, et terzia die festo S. Caroli). Si era aggiunta una donazione di tale Michele "de Clerici", secondo l'atto rogato dal notaio Martignoni il 24 luglio 1725, che garantiva una messa annua nella ricorrenza di san Michele Arcangelo. La chiesa era già coperta con volte ("superiore fornice tectu"), ma non quelle che oggi si ammirano, lavoro ancora di incerta datazione. Certamente frutto di un intervento settecentesco è la bella finestra mistilinea aperta ancora oggi in facciata.

Interventi del XIX sec. e del 1930 
La succinta nota disponibile nella bibliografia ("l'oratorio [...] fu restaurato nel 1930") non consente di sciogliere alcuni dubbi sulle fasi costruttive effettive che portarono il fabbricato alle forme odierne. A parte la costruzione della sacrestia (mancante nel 1748, ma opera da collocare certamente in una fase almeno ottocentesca), i dubbi maggiori riguardano l'interno. La pur ridotta aula, infatti, è oggi percorsa da due colonnati dorici laterali, con sostegni a tutto tondo, posti a reggere una complessa copertura: si tratta di una volta a botte che, alla metà della chiesa, s’interrompe per lasciar spazio a due profonde lunette laterali. A questo sistema di volte fa riscontro la cupola ribassata sopra il presbiterio, sorretta da quattro pennacchi angolari, lavoro certamente coevo al precedente, ma difficilmente collocabile a un intervento del 1930. A tale data, infatti, poco si addice il trattamento delle colonne doriche, con accentuata entasi e base ridotta a un semplice disco (senza altre modanature), più coerente, invece, con un disegno tardo neoclassico. 
È dunque probabile che la creazione delle volte sopra l'aula dei fedeli, seppur già presenti nel 1748, sia frutto di una ricostruzione intrapresa verso gli anni trenta/quaranta del XIX secolo. Non è  escluso che l'autore di questa riforma interna, peraltro radicale per estetica e concezione dello spazio (il colonnato a tutto tondo simula uno schema a tre navate), sia identificabile con l'architetto Ferdinando Caronesi, originario di Veddo ma allora affermato professionista a Torino, che proprio in quegli anni (1838/39) aveva avviato la ricostruzione dell'antica casa di famiglia nel piccolo borgo. 
Quanto alle opere novecentesche, queste terminarono con la posa sull'altar maggiore di una nuova pala dedicata al santo titolare. Si tratta di un "San Carlo in estasi" dipinto nel 1938 (e donato) da Arturo Zanieri, insigne pittore fiorentino trasferito in quegli anni a Maccagno da Alessandria d'Egitto, dove era diventato celebre ritrattista alla corte degli ultimi sultani sulle rive del Nilo. Attorno alla pala fu ridisegnata in quell'occasione una cornice di stucco marmorizzata.